Ridurre il gender gap farebbe crescere tutti

In Italia il divario tra uomini e donne continua ad essere ampio e trasversale ai diversi aspetti della vita quotidiana, accentuando l'urgenza di una maggiore attenzione da parte delle Istituzioni

Divario lavorativo: non è solo una questione di soldi

Le manifestazioni del divario di genere sono estremamente diverse e possono influenzare molti aspetti della società e dell’economia di un Paese su scala sistemica, così come la vita quotidiana delle persone su scala individuale. Una prima declinazione, ampliamente dibattuta  e oggetto di numeri studi e ricerche, riguarda il tema del lavoro, nella sua duplice accezione di accessibilità (tassi di attività, occupazione, etc.) e condizioni lavorative.

Con specifico riferimento alle condizioni lavorative, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Inps in Italia una lavoratrice dipendente guadagna in media 7.900€ l’anno in meno rispetto agli uomini (-30%). Un divario che muta in funzione della qualifica (dal 14% nei quadri al 41% negli operai) e che viene alimentato da molteplici fattori, tra cui:

Tuttavia, anche a parità di condizioni contrattuali e ore lavorate il profilo retributivo delle donne risulta inferiore a quello degli uomini: secondo l’OCSE, infatti, in Italia il gender pay gap, ovvero la differenza tra le retribuzioni mediane di uomini e donne dipendenti a tempo pieno, è pari al 5,7%. Uno dei valor più bassi tra quelli registrati nell’Area Ocse.

Sebbene più basso rispetto ad altri Paesi e in miglioramento (nel 2002 era al 15,7%) il gender pay gap rimane solo la punta dell’icerberg del divario di genere nel mondo del lavoro, le cui implicazioni vanno ben oltre gli aspetti sociali e culturali in virtù delle sue importanti implicazioni economiche.

Con l’azzeramento dei divari consumi in crescita fino a 7,7 miliardi di €

Una prima implicazione economica riguarda la capacità di spesa e di acquisto di beni e servizi. Secondo le più recenti statistiche ufficiali (fonte Istat), in Italia una donna spende ogni anno in media l’11% in meno rispetto agli uomini (poco meno di 2.700€ in valore assoluto). Contestualmente, stando ai dati pubblicati dalla Banca d’Italia, la propensione agli acquisti delle donne è mediamente superiore rispetto a quella degli uomini. Mentre, infatti, le donne destinano ai consumi il 79% del proprio reddito individuale, tra gli uomini la stessa percentuale scende al 71% (8 punti percentuali in meno).

 

Mettendo a sistema i dati di genere relativi al reddito individuale e alle abitudini di acquisto e risparmio, l’Ufficio Studi Coop stima che l’azzeramento del gender gap su redditi da lavoro e pensione degli italiani si tradurrebbe in una crescita dei consumi di 1 miliardo di € su base annua. Se poi si andasse oltre la punta dell’iceberg, azzerando tutti i divari di genere relativi alle condizioni economiche individuali di uomini e donnela crescita dei consumi complessivi sarebbe ben maggiore, arrivando a 7,7 miliardi di € l’anno.

Il nodo della period tax

La cura e l’igiene personale è una delle voci di acquisto degli italiani in cui è più marcato il divario di genere: ogni anno le donne spendono, infatti, mediamente, il 30% in più rispetto agli uomini. Parte di questo divario è certamente riconducibile alla tipologia di beni e servizi associati alla cura e all’igiene personale, alcuni dei quali acquistati solo dalle donne.
Il riferimento è, anzitutto, agli assorbenti. Secondo le ultime stime ufficiali contenute nella relazione tecnica allegata alla Legge di Bilancio 2022, In Italia le donne e persone con utero, nell’arco temporale che va dal menarca alla menopausa (12,8 milioni), hanno una media di 520 cicli mestruali e consumano almeno 12.000 assorbenti.

Nel corso degli ultimi anni il Governo italiano è intervenuto a più riprese sull’IVA applicata agli assorbenti, introducendo un regime agevolativo nel 2022 e fissando l’aliquota prima al 10%, poi al 5% (ma solo su assorbenti biodegradabili) e poi nuovamente al 10%.

In base al monitoraggio condotto da Wash United a livello globale, l’attuale regime fiscale porta l’Italia ad essere uno dei 21 Paesi a prevedere un’IVA differenziata per gli assorbenti – ma tra le più alte (in Germania è al 7%, in Francia al 5,5%) – mentre in 27 Paesi (tra cui Regno Unito e Irlanda) l’acquisto di assorbenti è esente da IVA.

La necessità di riportare l’aliquota agevolata sugli assorbenti quanto meno al 5%, ma meglio sarebbe meno se non azzerarla del tutto, diviene ancora più urgente in virtù dell’aumento generalizzato dei prezzi registrato negli ultimi anni e dell’impatto che tale crescita ha avuto sulle abitudini di acquisto delle donne. Secondo i dati omnicanale Nielsen, infatti, in Italia nel 2023 le vendite di assorbenti e proteggi slip sono aumentate in valore (da 412,7 a 419 milioni di €), ma il numero di confezioni vendute è diminuito di circa mezzo milione (da 198,8 a 198,3 milioni), con un aumento medio dei prezzi per confezione del 2% su base annua.

+ 0 mln €
Vendite
0 mila
Confezioni
+ 0 %
Vendite

È, infine, importante sottolineare come sebbene le stime ufficiali del Governo riferite al 2021 indicassero in 70€ la spesa media annua delle donne, sulla base dei più recenti valori di spesa rilevati da Nielsen, l’Ufficio Studi Coop ritiene che tale valore sia superiore a quello mediamente sostenuto dalle donne italiane, stimato in circa 40€. Un valore che, a parità di donne consumatrici (12,8 milioni) ridurrebbe drasticamente il costo di un intervento di agevolazione dell’aliquota IVA dal 10% al 5% in termini di mancato gettito (dai 36,9 milioni di € stimati dal Governo a 19,7 milioni di €).