Nuovi italiani, una risorsa

In fase di decrescita della popolazione e con sempre più anziani, il Paese cerca nuove risorse per pagare pensioni, fare figli e non abbassare i consumi. Unendo le statistiche mondiali, alle previsioni dell’Inps e agli ultimi dati Istat, ci siamo chiesti: chi può darci una mano?

Negli ultimi trent’anni la globalizzazione degli scambi ha favorito un processo di convergenza nel prodotto procapite nel quale le economie emergenti hanno ridotto il ritardo rispetto alle economie avanzate: se nel 1980 il livello medio del reddito pro capite dei Paesi emergenti era pari al 15% di quello delle economie avanzate, adesso tale rapporto sfiora il 25%. Tale recupero non è stato però condiviso da tutti: il Pil pro capite dei Paesi dell’Africa sub-sahariana è ancora l’8% di quello delle economie avanzate. In aggiunta, in quest’area la speranza di vita alla nascita è intorno ai 50 anni, trent’anni in meno rispetto alla durata media delle vita dei Paesi europei.
 

 
La presenza di ampie aree, soprattutto nel continente africano, in cui sono ancora negate le condizioni minime per la sopravvivenza, è una delle più grandi contraddizioni dei nostri tempi. L’entità dei divari di reddito è ancora enorme,e sarebbero sufficienti risorse relativamente modeste per alleviare le condizioni delle popolazioni in maggiore sofferenza. Peraltro, le difficoltà a attivare circuiti economici minimi, in grado di consentire la sussistenza alle popolazioni, è spesso legata anche al contesto politico di quei Paesi, e alle difficoltà a fare pervenire effettivamente gli aiuti alle popolazioni maggiormente bisognose. Le condizioni di povertà dei Paesi africani hanno connotazioni paradossali soprattutto nei casi in cui queste economie sono in possesso di risorse naturali, il cui sfruttamento genera ritorni economici che non vengono distribuiti alle popolazioni locali.
 

 
Pesano molto le dinamiche demografiche. Negli ultimi vent’anni la popolazione nei Paesi Ue è rimasta sostanzialmente stabile (dai 480 milioni della metà degli anni novanta ai 510 milioni attuali). In Africa nello stesso periodo è cresciuta a un tasso medio del 2,5%, passando da 720 milioni a quasi un miliardo e 200 milioni di persone. Alle condizioni di deprivazione materiale che affliggono queste popolazioni, si aggiungono anche i casi di conflitti, che inducono le popolazioni a fuggire dai rischi della guerra. E non è, quindi, un caso che diversi di questi Paesi costituiscono le aree di provenienza di una quota importante degli imponenti flussi migratori diretti verso l’Europa negli ultimi anni. L’accelerazione degli arrivi è stata impressionante,soprattutto dopo la crisi dei regimi del Nord Africa, che sino a pochi anni fa avevano impedito il passaggio agli immigrati diretti verso l’Europa. A ciò si è aggiunta la guerra civile in Siria e la fuga verso l’Occidente di sei milioni di profughi siriani. Gli arrivi sulle nostre coste di una ingente quantità di persone disponibili ad affrontare gravi disagi che ne mettono a rischio l’incolumità consente di percepire quanto gravi siano le condizioni nei Paesi di provenienza. Ma proprio questa affluenza ha fatto sì che le recenti tornate elettorali che si sono tenute in tutto il continente, non da ultimo quella Austriaca, abbiano risentito del risorgere dei populismi.
 

 
Stando agli ultimi dati Istat sui cittadini non comunitari, l’Italia rimane una delle mete meno ambite per l’insediamento di lungo periodo: tra i migranti giunti nel nostro Paese nel 2012, solo il 53,4% era ancora presente al primo gennaio di quest’anno. Oltretutto, delle cittadinanze extra Ue che nel 2017 sono nel nostro territorio, le più numerose rimangono quelle non arabe. Al primo posto c’è il Marocco, poi Albania, Cina, Ucraina e Filippine (a gennaio 2017 in totale i cittadini non comunitari sul nostro territorio erano circa 3 milioni 714 mila). E dei 184 mila 638 cittadini che nel 2016 hanno acquisito la cittadinanza italiana, 4 su 10 hanno meno di 20 anni. Tra il 2012 e il 2016, stando ai dati Istat, le persone con un passaporto non comunitario che hanno acquisito al cittadinanza italiana sono poco più di mezzo milione. Una risorsa per un’Italia che invecchia.
 

 
Sulla base dello scenario centrale delle recenti previsioni demografiche dell’Istat, la popolazione residente è attesa decrescere dai 60,7 milioni di abitanti attuali a 58,6 milioni entro il 2045 per poi ripiegare ulteriormente sino ai 53,7 milioni del 2065, con una perdita complessiva di 7 milioni di persone (-11,5% rispetto ai valori odierni). In altre parole, indietro di cinquanta anni rispetto ad oggi: 54 milioni era infatti la popolazione italiana agli inizi degli anni Settanta. L’impatto sulla domanda interna sarebbe ingente: un monte atteso di minori consumi pari a 130 miliardi di euro ai prezzi attuali (-12,7%), l’equivalente della spesa annuale dell’intero Paese per alberghi e ristoranti e poco meno di tutti i consumi alimentari. Un cambiamento al quale non sarà facile prepararsi. Oltre ad un cambiamento della distribuzione degli abitanti, la dinamica del fenomeno sarà influenzata dalla portata dei movimenti migratori dall’estero: si tratta di una variabile che contribuisce ad alimentare l’incertezza, soprattutto in ragione della delicatezza del quadro geopolitico nell’area mediorientale e nel continente africano. Secondo le stime disponibili, entro il 2065 il saldo migratorio farà aumentare i residenti stranieri in Italia di ulteriori 7,7 milioni di persone, facendo crescere il peso della popolazione di origine straniera sul totale a poco meno del 25%.
 
L’ultimo rapporto Inps pone l’accento proprio su questo aspetto, sottolineando come la chiusura delle frontiere ai migranti significherebbe 73 miliardi in meno di entrate contributive in 22 anni, con un saldo netto negativo di 38 miliardi per l’Inps. Del resto, se volessimo mantenere i livelli demografici di oggi (e con essi i medesimi consumi, il medesimo sistema di welfare e di attività produttive), dovremmo necessariamente “importare” persone dai Paesi stranieri: per avere la medesima popolazione di oggi l’incidenza dei “nuovi italiani” dovrebbe superare il 30% del totale. Compensazione straniera esclusa infatti le future nascite non saranno sufficienti a supplire ai decessi, per effetto non solo del graduale invecchiamento della società ma anche della riduzione del numero delle potenziali madri. Per comprendere la portata di quanto sta avvenendo, è utile considerare che le donne arrivate alla fine della loro vita riproduttiva, ovvero attorno ai 50 anni, sono oltre mezzo milione in Italia, mentre le donne che stanno approdando alla fase di costruzione della famiglia, ovvero quella nella fascia prossima ai 25 anni, sono poco più di 300 mila. Nell’ipotesi mediana, il saldo naturale raggiungerà quota -200 mila individui all’anno entro il 2025, per poi toccare una soglia pari a -300 e -400 mila unità in meno all’anno nel medio e lungo termine.

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